04.18.07

Una risata vi seppellirà.

Pubblicato su Autoritari, Benpensanti a 23:46 di brigatista

Questo blog chiude. In Italia la libertà di espressione è effimera.
Magari un giorno racconterò cosa mi è capitato in questi due mesi, in seguito all’apertura di questo blog.
Chi dice che lo Stato non è mai efficiente, è stato smentito. In questo caso, ha raggiunto lo scopo in breve tempo.

Adieu, il Brigatista

02.28.07

Lettera aperta del compagno Turigliatto

Pubblicato su Dissidenti, Libertari, Parlamento, Proletariato a 17:14 di brigatista

Ricevo e volentieri pubblico questa lettera aperta rivolta «a tutti e tutte coloro che hanno espresso solidarietà» al senatore dissidente, Franco Turigliatto.

Cari compagni e compagne, amici e amiche,

Sono in attesa che il Senato accetti le mie dimissioni, che comunque non ho ritirato e non ritirerò. Nel frattempo, nei prossimi giorni sono chiamato a esprimere il mio voto sulla fiducia al governo Prodi. Vorrei dunque spiegare le ragioni della mia scelta di dare un voto a favore, che definirei tecnico, pur respingendo tutti i dodici punti del governo Prodi nel loro complesso. Nel mio intervento al Senato, infatti, spiegherò con molta nettezza che non si potrà contare su di me per approvare la missione in Afghanistan, né per realizzare la TAV o la controriforma delle pensioni. Non lo si potrà fare perché io non voterò queste misure, anche se su di esse si rischiasse una nuova crisi di governo. E, va da sé che continuerò con voi la battaglia contro la base di Vicenza.

Con il mio rifiuto di votare a favore della politica estera del governo, non ho mai avuto intenzione di compiere un gesto politicista per provocare una crisi di governo. Il mio è stato un gesto di responsabilità nei confronti delle mie convinzioni e di quelle di chi, come me, si sente distante da una politica estera che continua a fare la guerra, sia pure multilaterale; che sostiene una concezione liberista dell’Europa; che pensa che inviare soldati in giro per il mondo sia un modo per “contare” nei luoghi della politica internazionale. Un gesto animato dal rifiuto di lasciarmi convincere a considerare come una missione di civiltà e di pace quella che non è altro che un’occupazione militare. Un piccolo gesto a sostegno di quella straordinaria lotta di Vicenza contro la costruzione di una base che distrugge il territorio e che sarà uno strumento fondamentale del dispositivo USA di intervento nella guerra globale e permanente. Un gesto di cui non mi pento e che ripeterei in ogni momento. Il mio dissenso con la politica estera del governo muove da qui e non può che essere ricollegato alla mia irriducibile opposizione alla guerra in Afghanistan e alla decisione del governo di autorizzare il raddoppio della base di Vicenza. Il senso del mio voto, in dissenso dal mio partito, ma in dissenso su un punto che considero fondativo e fondante per chiunque faccia politica, il no alla guerra, è tutto qui.Non credo di essere stato io il responsabile della crisi di governo, della quale i primi responsabili sono il governo stesso e le politiche che ha adottato in tutti questi mesi, e che lo hanno sempre più allontanato da chi lo aveva votato. Una crisi nata per ragioni in parte oscure, in parte dovute alla volontà dell’ala riformista dell’Unione di drammatizzare la situazione, per intimare alla sinistra alternativa il silenzio sulle questioni più scottanti. Una crisi che è servita a stoppare qualsiasi rivendicazione e a sancire il corso “liberale” dell’attività di governo. In questo senso il dibattito al Senato è stato un ricatto, in particolar modo su Vicenza. Anche per questo ho detto no.

L’uscita dalla crisi mi sembra che confermi questo giudizio. I dodici punti presentati da Prodi sono la sanzione di una svolta liberista e di una decisa volontà di affermare una politica di sacrifici e di guerra multilaterale. Gli attacchi di cui sono stato fatto oggetto, lo spauracchio del ritorno di Berlusconi al governo, nuovamente agitato dai miei accusatori, erano finalizzati proprio a nascondere questa realtà: il fatto che il bilancio di questi mesi di governo Prodi è fortemente negativo e che ciò che si profila è un’azione di governo ancora peggiore della precedente. Questo giudizio, ovviamente, non è condiviso dal mio partito, che invece sostiene fortemente il nuovo governo. Ed è stato accolto in vario modo dalla società civile, dai movimenti, da quadri sindacali, da esponenti del pacifismo radicale, dagli stessi che il 17 febbraio sono scesi in piazza a Vicenza. La paura di un ritorno delle destre al governo, infatti, è molto forte. C’è chi pensa, inoltre, che la partita con il governo Prodi non sia chiusa e che la sua sopravvivenza costituisca il quadro in cui ottenere risultati più avanzati o comunque una dialettica democratica.

Non avendo deciso io di provocare la caduta del governo Prodi penso che sia giusto verificare queste intenzioni, dialogare con tanta parte del movimento e del “popolo della sinistra” che la pensa così, permettendo al governo Prodi di rimanere in piedi. Ma penso che questo si possa fare solo nella estrema chiarezza delle posizioni. Non sarò mai disponibile a votare la guerra in Afghanistan né a rendermi complice delle politiche antipopolari di questo governo.

Ovviamente, non prevedo un futuro agevole. I 12 punti presentati dal governo sono un arretramento e uno schiaffo ai movimenti e agli stessi partiti della sinistra alternativa. Prevedo dunque una fase in cui andrà sviluppata un’opposizione sociale alle misure del governo Prodi, opposizione che dovrà avere anche ricadute parlamentari. Questa è la mia intenzione. Per dirla con una battuta, è possibile scegliersi il governo a cui fare opposizione, rendendo incomprimibili alcuni principi e alcuni vincoli per me essenziali: quelli con il movimento dei lavoratori e delle lavoratrici, quelli con le comunità popolari in lotta contro la TAV, i rigassificatori, per la difesa dell’ambiente, quelli con il movimento pacifista che si è visto recentemente a Vicenza. Sono questi i vincoli che regolano la mia attività politica, non un’astratta coerenza ideale, ma un progetto politico che mi ha accompagnato per tutta la vita.

Negli ultimi quindici anni questi vincoli, questi convincimenti hanno coinciso perfettamente con quelli di Rifondazione comunista. Qualche giorno fa, però, il mio partito mi ha dichiarato “incompatibile” semplicemente perché sono rimasto fedele al programma storico del Prc. Non voglio discutere di una scelta che mi riguarda, ma posso dire una cosa. Ho costruito Rifondazione fin dalle fondamenta, l’ho difesa quando era sotto attacco, ho passato centinaia di ore davanti alle fabbriche torinesi e in giro per l’Italia a parlare con gli operai e le operaie. La minaccia di espulsione dal partito mi amareggia e mi delude allo stesso tempo. Ma è il frutto di un cambiamento di fondo delle priorità del Prc e della sua azione: alcune idealità superiori sono messe al servizio di un progetto politico contingente, compiendo un processo di snaturamento della sinistra che mi lascia interdetto. E soprattutto mettendo alla berlina una qualità fondante della politica – la coerenza tra coscienza e azione – la cui assenza è oggi alla base di quella “crisi” di cui si discute da oltre un decennio. Non è la prima volta nella storia che chi da sinistra si oppone alla guerra, chi dice no in Parlamento, contro tutto e tutti, sia accusato di essere affetto da uno “splendido isolamento”, di essere “un’anima bella”, “incapace di realismo”, “irresponsabile” o “idealista”: queste accuse non fanno male a me, ma a un’esperienza in cui ho creduto e riposto tutto il mio impegno e che oggi viene meno per responsabilità di chi ha deciso di piegarsi all’esistente.

Per tenere fede alle mie convinzioni e ai miei vincoli è stato messo in discussione il vincolo che mi legava al partito e addirittura un governo ha dovuto dimettersi. Non mi ritengo così importante e così essenziale. Forse tutto questo rappresenta la spia di molteplici contraddizioni che riguardano la sinistra nel suo insieme e il rapporto tra il governo e la sua gente. Un rapporto logorato come dimostrano tutti i sondaggi e gli episodi di malcontento. Per parte mia non posso che continuare a ribadire quanto detto e fatto negli ultimi giorni. Se l’aula respingerà le mie dimissioni, e dunque finché sarò al Senato, io voterò ancora contro la guerra, perché il no alla guerra e il rapporto con il movimento operaio costituiscono la bussola del mio agire politico: esse sono da sempre l’alfa e l’omega di una prospettiva di classe ed anticapitalista.
Permettetemi dunque di ringraziarvi per le parole che avete utilizzato nei miei confronti, spesso commoventi. Onestamente non credo nemmeno di meritarle, semplicemente perché in questo mondo sembra anormale quello che alle persone serie dovrebbe sembrare normale: agire secondo le proprie convinzioni. Se questo piccolo gesto sarà servito a riabilitare questa logica che ad alcuni sembra, con giudizio sprezzante, troppo “idealista”, allora sarà stato utile. La mia strada è comunque questa e spero di continuare a percorrerla insieme a voi. Ancora grazie.

Roma, 28.02.2007

Franco Turigliatto

02.24.07

La consueta, ed errata, analisi antropologica del benpensante medio.

Pubblicato su Benpensanti a 17:36 di brigatista

Non appena avviato il blog, mi è stato segnalato quest’articolo di Vittorio Lussana. Sembra preparato ad hoc per l’occasione. In questo articolo, una delle sue consuete analisi antropologiche, viene tentata un’analisi del fenomeno brigatista, da parte di chi non è mai stato brigatista, non è forse mai stato in contatto con brigatisti. Una tentata analisi prettamente didattica, dunque, nella comodità ovattata della propria poltrona, e non nelle viscere di uno scantinato isolato dal resto del mondo.

Nell’analisi vengono  passate al vaglio diverse tesi, spesso ricorrenti tra i benpensanti. Procederò con ordine a commentarle.

  • I brigatisti non sono quasi mai operai e contadini.

E’ necessaria subito una piccola premessa. Con “operai” s’intende volgarmente l’operaio in senso stretto, quello che nell’immaginario collettivo è il metalmeccanico che sta di fronte ad una catena di montaggio, e che, in un noto film, da primo della fabbrica finisce poi per mozzarsi un dito e finire allo spizio, come ogni altro operaio metallurgico. Ciò che i più non sospettano neppure, è che nella teoria marxiana l’“operaio” è semplicemente colui che è obbligato a lavorare perché non può vendere altro che la propria capacità lavorativa. Definizione prettamente tecnico-scientifica. Operaio metalmeccanico oppure sviluppatore software, entrambi sono, nell’analisi marxiana, “operai”, ovvero, più precisamente, “proletari”. Fingerò di non essermi accorto dell’ignoranza di Lussana, e accetterò la definizione volgare di “operaio”.

Il fatto per cui molti brigatisti non provengano dai ceti sociali più bassi della società, è chiaramente e banalmente spiegato col fatto che operai e contadini sono generalmente di basso livello culturale. E lo sono necessariamente – dunque non hanno alcuna “colpa di voler ignorare” – perché dopo una giornata di lavoro non hanno tempo e/o forza fisica per mettersi a studiare, hanno bisogno di riposo, di svago. E l’ignoranza, si sa, fa sempre comodo al potere costituito.

Se questo può far contento il nostro opinionista, poi, io ero un proletario.
Non mi vergono di dire che fu grazie ai miei genitori, se potei studiare. Ingegneria e marxismo. “Elettrotecnica” e “Capitale”.
Anche mio padre era comunista. Non ha mai approfondito Marx, ha iniziato a lavorare duramente a 12 anni, e ha smesso solo da poco. Non aveva tempo, ma non aveva neppure la necessità di studiarlo: sapeva che a difendere i suoi interessi  e la sua Storia erano coloro che si dichiaravano “comunisti”, e questo gli bastò per aderire. Un’adesione completamente istituzionale, la sua.

Lui oggi è diventato diessino. Io un ex brigatista.

  • Non sono giovani delusi dall’alternanza parlamentare.

Anche qui Lussana si sbaglia: io ero, oltre che proletario, anche un giovane deluso dal parlamentarismo borghese.
Il metodo democratico borghese è un metodo affascinante, sembra davvero che siano tutti a poter influire realmente sulle questioni e quando si perde ci si piega alla volontà della maggioranza, per una civile convivenza, per il ‘bene comune’. I problemi di questo metodo in una società capitalista, però, sono innumerevoli. Anzitutto, la società attuale è nata dalla sanguinaria violenza rivoluzionaria della borghesia, il parlamentarismo è servito solo a legittimare le ghigliottinate. La violenza è stata sempre presente nel corso della Storia, a sugellare i sconvolgimenti strutturali dei trapassi temporali tra i diversi modelli di società.

In qualsiasi momento storico, la violenza è stata dichiarata fuorilegge dai conservatori del sistema. Il pacifismo è conservatore tanto quanto lo schieramento militare delle forze dell’ordine per reprimere una manifestazione. Nell’éra del parlamentarismo borghese, la violenza è stata sostituita da un metodo in cui si presume che sia la maggioranza a dover dettar legge sulla minoranza, e quest’ultima a dover accettare, volente o nolente, la volontà della maggioranza.

Esistono almeno tre tipi di problemi:

  1. non è vero che la volontà popolare è sempre rispettata: ci sono leggi, tra cui la difesa della proprietà privata, immodificabili col processo democratico. La vicenda di Salvador Allende dimostra chiaramente, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che la democrazia borghese è solo una finzione al servizio del capitale.
  2. il fatto che una decisione sia presa a maggioranza in quanto maggioranza, non implica che sia la decisione migliore - tantomeno, tra l’altro, lo è necessariamente una decisione presa a minoranza, in quanto minoranza.
  3. le preferenze della popolazione soggetta a propaganda politica, tendono ad assumere una distribuzione gaussiana: saranno pochi coloro che sentiranno necessario ed avranno la decisione necessaria per modificare lo status quo - con la violenza, se necessario - ed opporsi alla maggioranza conservatrice.

Questi tre problemi non sono e non saranno mai risolti dalla pseudodemocrazia borghese: i germi del brigatismo, dunque, esisteranno sempre, in parallelo alle contraddizioni del capitalismo.

  • Amano ‘totalitariamente’ le gerarchie, la disciplina esasperata, la ‘compartimentizzazione’ organizzativa.

Nulla di più falso, almeno nel mio caso. Il bellicismo fine a se stesso è virilismo fascista e statalista, la nostra esatta antitesi.
Nel mio caso, l’organizzazione c’era, ma è del tutto logico che ci fosse, sarebbe stato ingenuo il contrario: senza progettualità non si va molto lontani, contro un impero poliziesco autoritario qual è quello del capitale contro i dissidenti armati. Le gerarchie erano comunque ridotte al minimo indispensabile, ed erano sempre e comunque espressione democratica della base.

  • Sono irresponsabili, usano la violenza perché vietata, e per un senso di ‘appartenenza comunitaria’.

Ero tutt’altro che un irresponsabile. Predicavo fin dove potevo (nella democrazia borghese non si può dire tutto) ed agivo coerentemente. Ero perfettamente consapevole che avrei potuto pagare duramente la scelta, e mi è andata bene. La ’scorciatoia’ della lotta armata era tale in quanto strada più breve per l’ottenimento degli obiettivi di giustizia sociale, non di ‘appartenenza comunitaria‘ fine a se stessa, tantomeno di volontà di utilizzare mezzi antiproibiti, per il semplice ed inutile gusto di farlo.

  • L’arma dà loro un senso di sicurezza, hanno una mentalità ‘immediatista’, rifiutano ogni etica del lavoro.

Quanto meno si è disposti a concedere, tanto più si può ottenere. Questo è un truismo valido in ogni campo. L’arma non serve in quanto mezzo di sicurezza, ma in quanto strumento di offesa, strumento di cambiamento. Se proiettata sull’intero arco temporale delle violenza capitaliste, poi, la mentalità ‘immediatista‘, diviene evidente – stavolta sì immediatamente – come in realtà fosse una mentalità ‘ritardista‘: la necessità di attuare la Rivoluzione sociale è un’esigenza sentita da secoli, farla il primo possibile equivale a farla comunque già in ritardo. Ci sono miliardi di persone al mondo che non possono più aspettare l’avvento del Sol del Socialismo.

Mai detto né pensato «A salario di merda, lavoro di merda»: il lavoro salariato va abolito tout court.
Il lavoro trova una sua etica nella considerazione per cui è necessario lavorare per poter sopravvivere. Nel capitalismo, il capitale comanda il lavoro, e sfruttandone l’operosità non ha bisogno di lavorare per poter sopravvivere. E’ il capitale che è immorale, e va abolito.

  • ‘Massacrano’ la sintassi, ripetono ossessivamente gli slogan, sono psicologicamente fragili, hanno debolezze in quanto a senso di identità, hanno una patetica assenza di anticorpi contro la paura della morte.

A questo punto dell’analisi, mi pare di poter dire che il ‘massacro della sintassi’ va ricercato nel cervello di Lussana, piuttosto che tra i brigatisti, di cui Lussana evidentemente parla solo per sentito dire: la ripetizione degli slogan, per sua informazione, è terminata nel momento in cui si è iniziato ad utilizzare le armi; avevo, ed ho tuttora, una personalità fin troppo forte e cinica, altro che fragilità psicologica; la patetica assenza è, di nuovo, il cervello stesso di Lussana: parlare di paura della morte ad un agnostico tendenzialmente ateo come me, è, questo sì, da massacro – ma della semantica, non solo della sintassi.

  • Sono ‘giovani senza passato’ , hanno un’idea ’statica’ di Rivoluzione, sono inconsciamente nichilisti ed autodistruttivi.

Dopo una lunga tirata retorica sulla falsariga di quanto scritto fino ad ora, il nostro opinionista ci descrive come ‘giovani senza passato‘, perché dissentiamo “dalla Storia“. Beato Lussana che sa cos’è ”la Storia“. Beato Lussana nella sua ingenuità nel pensare che la non aderenza alla sua Storia, implichi necessariamente da parte nostra una non-Storia: giovani senza passato, appunto.

Sappia Lussana che avevo allora, ed ho adesso, la mia Storia. E’ la Storia delle lotte operaie. Niente bandiera a tre colori o a stelle e strisce: solo bandiera rossa e nera. E’ una bandiera insanguinata, ma fieramente non ha mai smesso di sventolare.

L’idea di Rivoluzione che avevamo era tutt’altro che ’statica’. Era un processo in divenire da costruire e finalizzare in un lasso di tempo anche estremamente ampio, tanto da ripetere ciò che già diceva Marx: quando ci sarà la Rivoluzione, probabilmente noi saremo già nel mondo dei più. Eravamo tutt’altro che nichilisti e autodistruttivi. Ma il Lussana aggiunge il termine magico: lo eravamo ‘inconsciamente’. Senza saperlo, senza poterlo sapere. In questo modo si può dire tutto e il contrario di tutto, si è arrivati all’esplicita fine dell’analisi antropologica, ed inizia quella metafisica. E Lussana non si tira indietro nel farlo, si trova bene in questo settore.

Ciò che resta evidente da questo articolo è un’unica cosa: Lussana non ha la più pallida idea di cosa stia parlando.

In fede, Il Brigatista.

02.23.07

Benvenuti.

Pubblicato su Proletariato a 18:15 di brigatista

Questo blog è dedicato a tutti coloro che hanno lottato e sono morti per la bandiera rossa, per il proletariato.

Saluti,
Il Brigatista